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Di ritorno dal pensiero
CULTURA
8 marzo 2019
8 MARZO

Ogni anno è sempre la stessa cosa: cerimonie, ammonimenti, riflessioni, quest’anno pure scioperi, tutto per richiamare l’attenzione, per sensibilizzare, sulla condizione della donna.

Ogni anno, è un profluvio di mimose, di cene, di feste.

Poi però l’anno trascorre e poco o nulla cambia. La cronaca nera continua a pullulare di omicidi di donne. Sul fronte del lavoro le cose non migliorano, anzi. Fior di statistiche, di studi, continuano a dirci che le donne guadagnano meno degli uomini, che molte di loro sono tutt’ora costrette a scegliere tra figli e lavoro

Ma allora a cosa serve tutto questo?

A poco, direi.

Intanto l’ossessione delle ricorrenze: c’è la festa della donna, la festa del papà, la festa della mamma, quella degli innamorati, quella del lavoro – un ossimoro – quella della Repubblica, eccetera.

Senza naturalmente dimenticare tutte quelle feste a carattere religioso, il giorno della terra, quello del risparmio e così via.

C’è questo bisogno di contingentare, di calendarizzare il tempo, affinché si possa collettivamente ricordare. Come se si cercasse di limitare il pensiero a seconda della data, o per meglio dire, come se solo in quel giorno si dovesse focalizzare, prendere coscienza di un determinato discorso: le donne, il papà, la mamma, i morti e così via.

Ma ha un senso questo in un mondo che dimentica facilmente quello che è accaduto ieri?

Forse un tempo quel senso poteva esserci, perché la festa, la ricorrenza, segnava una pausa, uno stop. Ma nell’odierna società del ciclo continuo, dell’H24 7 su 7. dove si trova il senso: in un fugace pensierino, in una prece, in un minuto di raccoglimento?

O non è piuttosto, lo dico provocatoriamente, il fatto che se c’è un calendario a ricordarti su cosa dedicare un pensiero non hai nemmeno l’incombenza di doverci pensare per conto tuo?

Una sorta di agenda emotiva, di scadenzario collettivo dei buoni propositi, che ti dice quando e su cosa riflettere, quando e su cosa commuoverti, quando ricordarti del o della partner, della mamma, della guerra, della shoah, del lavoro ecc.

Tornando a oggi. Come mai le donne, che sono numericamente superiori degli uomini, che studiano più degli uomini, che hanno posti di dirigenza e responsabilità nelle grandi aziende, che rivestono prestigiose cariche nella ricerca, che svolgono attività politica attiva, che si occupano a vari livelli di informazione, di giustizia, di educazione, di medicina, come mai non riescono a “portare a casa” risultati che migliorino la loro condizione e riescano a far maturare nelle altre un grado di consapevolezza tale per cui generalmente possa migliorare la loro situazione?

D'accordo le resistenze, le prevaricazioni, l'ignoranza dei maschi. D'accordo che questi ultimi da secoli gestiscono il potere e cederlo non è proprio semplice. Ma può tutto questo bastare? Non credo.

Credo piuttosto che le donne, non tutte è ovvio, quando raggiungono il potere o quello che considerano tale, sia in ambito politico, industriale, professionale, solo per fare degli esempi, se ne freghino altamente di tutte le altre. Quelle che considerano indietro o non all’altezza della condizione raggiunta.

E quando hanno raggiunto questo potere, molto spesso, si comportano esattamente come i maschi ed anche peggio, volendo scimmiottarne i lati peggiori.

Del resto si sa, il potere soddisfa sé stesso a prescindere dal sesso di chi lo esercita.

Ritengo che fintanto che la discussione rimarrà ingabbiata dentro il “genere” - uomo, donna, transgender – non riusciremo a concludere niente.

Un discorso si fa attorno a un tema, a un problema: ambiente, salute, lavoro, istruzione, ecc. Se si danno delle regole, valgono per tutti.

Su questo deve lavorare la società tutta: ci vuole uno sforzo comune e una consapevolezza degli obiettivi.

Ricordo, a titolo esemplificativo, che fra le conquiste sociali più importanti – divorzio e aborto – sono state rese possibili da una comunione di intenti.

Al contrario, sempre come esempio, la legge sulle quote rosa è un’emerita sciocchezza. Perché di fatto impone un’uguaglianza che non è percepita se non come un obbligo.

Per concludere, a volte credo che il nemico più grande delle donne, siano loro stesse o per meglio dire, alcune loro “rappresentanti”.

Non bastava la cattiveria, l’ignoranza e insipienza di certi maschi?

Non erano sufficienti la loro insensibilità, la grettezza e la stoltezza?

Un saluto a tutti e buone cose



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permalink | inviato da tattara il 8/3/2019 alle 16:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
1 marzo 2019
LE CRITICHE

Penso che sia interesse di tutti discutere sereamente e seriamente di politica, o per lo meno provarci, senze pretese di avere alcuna verità e soluzione in tasca.

Interesse che non è dettato ne da mala fede, né tanto meno da secondi fini, ma solo dal fatto che come cittadini si cerca – come si può e come meglio si crede – di partecipare ad una discussione che riguarda tutti.

Questo ci permette, ci impone, di essere citici – in modo rispettoso ma fermo – verso l’agire o il non agire di chi ci governa, chiunque esso sia.

Soprattutto la critica, lo stimolo, di solito sono rivolti alla componente più “vicina” alle nostre opinioni, quella più affine.

Il dovere di critica, dunque è non solo legittimo ma è anche sacrosanto.

Ripeto, nel pieno rispetto delle persone a cui è rivolta e se possibile proponendo soluzioni valide. In più la critica dovrebbe ingenerare la voglia di spiegare meglio o più efficacemente – da chi ne è stato fatto oggetto – il motivo ed il senso che lo hanno portato ad agire nel modo che è stato criticato.

Detto questo pare veramente ingenerosa, come si legge oggi su: “Il Fatto Quotidiano”, l’equazione: critica al M5S=preferite il ritorno ed il governo di Renzi, Berlusconi e la compagnia di giro dello sfascio.

No, nel modo più assoluto!

E’ però, a mio modesto avviso, un’equazione che non sta in piedi.

Lasciamo perdere i soliti goduriosi del disastro – il PD, in primis, che di disastri è divenuto raffinato cultore – ma anche tutta la “grande” stampa, la televisione ecc.

Il fu movmento, oggi novello soggetto politico, sta balbettando su una questione di primaria importanza, che non è solo un obiettivo di propaganda ma rappresenta il vero punto di svolta.

L’ostilità è la pervicacia dei “Sì TAV”, che rappresenta il grande e trasversale accrocchio di interessi economico finanziari, costituisce la forma più concreta e visibile della “svolta” che questo governo a partecipazione movimentista doveva imprimere al paese. Svolta che aveva come corollario la ridiscussione ed eventuale sottrazione delle concessioni ai privati di settori strategici (autostrade, ma anche porti) che ancora non si è concretizzata e sulla quale si tergiversa e si balbetta pericolosamente.

Questo, nell’immaginario collettivo, vale più di qualsiasi spazzacorrotti, DL Dignità, Reddito di cittadinanza, provvedimento sulle intercettazioni, bavaglio alla stampa.

Tutti provvedimenti sacrosanti e giusti, almeno come inizio. Che però vengono visti – vissuti – come più “lontani” dalle persone.

Forse solo il Reddito di cittadinanza è quello più vicino ma, oltre a non essere una misura universale, è anche quello che ha più “paletti”.

Però non si può dire: “abbiamo abolito la povertà!”, e un’immane sciocchezza e un’enorme offesa ai milioni che poveri lo restano comunque, anche senza il famoso RdC.

Più onestamente si sarebbe potuto dire che si stavano cercando delle soluzioni e che una prima parziale risposta poteva costituirla il RdC. Non ci vuole un mago.

Adesso il discorso sulla TAV, per esempio, è stato spostato sul: “ma in fondo non spendiamo tanto, anziché 7, 3,5 miliardi”. Cosa centra!

La TAV è inutile, dannosa, costosa. Non si fa, punto.

E poi mi sembra che il fu movimento abbia già contrattato. TAV per Terzo Valico e Pedemonana Veneta, più di così…

Per concludere. E’ certo che è a Roma che si prendono decisioni strategiche, fondamentali per la sorte del Paese, ma è altrettanto certo che è sul territorio che si guadagna il consenso. Viste le competenze che lo Stato passerà alle regioni e considerato com’è andata l’ultima tornata elettorale, credo che il fu movimento un pensierino lo dovrebbe fare. Dire questo non significa essere rosiconi, calendiani o gasparriani. Non significa stare con Mau Martina o con Giacchetti.

Semplicemente vuol dire che, citando Scanzi, ad un certo punto: “l’elettore di manda aff...”.

Un saluto e buone cose a tutti


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permalink | inviato da tattara il 1/3/2019 alle 11:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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