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Di ritorno dal pensiero
POLITICA
29 giugno 2019
UNA DOMANDA

Cosa dovremmo scegliere tra legalità e cuore?

Un dilemma che coinvolge tutto il nostro essere: come cittadini, come esseri umani.

Si può fare uno scambio, una deroga, un compromesso.

Non si può è certo come è altrettanto certo che questa scelta ci porta verso la dis-umanità.

Non so come dirlo, è difficile trovare parole concilianti. Da un lato le leggi internazionali, il diritto che a stento riconosciamo, la sovranità territoriale e via dicendo. Dall’altro la sofferenza, la tribolazione, il pericolo di vita. In mezzo il comandante di una nave – che è Stato – di violare le leggi che regolamentano e fanno convivere gli Stati.

Certo le ragioni del cuore propenderebbero per il comandante, ma le regole, le leggi non si fondano sul cuore ed è ad esse che noi dobbiamo attenerci. Non fosse che per il fatto che ciascuno di noi ha un cuore che pulsa a suo modo, mentre la legge vale – o dovrebbe valere – per tutti a prescindere dai loro cuori.

E’ un giochino che ha ribaltato le coscienze di molti in questi ultimi tempi: lavoro per salute – o meglio morte – come insegna il caso Ilva, Segreto di Stato per la buona e civile convivenza – Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Ustica, Italicus, strage di Bologna, trattativa Stato-mafia, per citare solo i più dolorosi.

C’è uno scambio inconfessabile, indicibile, consolidato per cui ad un certo punto e a certi livelli tutto si dissolve in nebbie che richiedono qualche secolo per dissolversi.

Noi però viviamo questo incerto oggi, siamo storditi dalle cazzate pro o contro l’argomento che ci interessa, che ci interroga.

Possiamo solamente chiederci personalmente: “cui prodest”? A chi giova? E trovare una risposta, tra legalità e cuore, che un giorno dovremo giustificare con noi stessi.

Il cuore ha sempre ragione? Non credo! La legge è sempre nel giusto e va comunque applicata? Non sempre nel giusto, applicata sì

Se dovessimo abdicare alla legge, come potremmo salvarci?

Dal concetto di legge, dal suo valore intrinseco di patto, non da come viene spesso disapplicata, svilita o peggio utilizzata a favore dei soliti noti.

E’ una bella riflessione.

Un saluto e buone cose a tutti


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CULTURA
10 aprile 2019
Una buona notizia

In tempi tristi e difficili come questi, quando si trovano delle storie semplici e significative si fa sempre un ottimo incontro, quasi che lo spirito trovi un po’ di ristoro dopo tanta polvere.

La storia di cui voglio parlare è quella che ho letto sul “Fatto” qualche giorno addietro ed ha per protagonista Antonio La Cava.

Questo signore ha esercitato sino alla pensione la professione di insegnante, maestro di scuola elementare per essere precisi.

L’ha fatto in Basilicata, la sua terra. Poi in quiescenza ha deciso di dover continuare in modo diverso la sua “missione”.

Si è comprato un Ape e con l’aiuto di un suo amico ha attrezzato il mezzo in modo tale che potesse trasportare libri. Si è inventato una biblioteca mobile e con questa ha iniziato a girare i paesi della sua terra portando libri soprattutto per i ragazzi, i più giovani, cercando di alimentare l’interesse, la passione per la lettura. Ma cercando attraverso i libri e il dialogo, di instillare una coscienza oltre che un interesse.

Ecco, ho trovato molto interessante questa notizia per tanti motivi, ma in particolare per il fatto che questo persona è uscita dagli schemi e per la passione della sua vita, insegnare, ha voluto ancora rendersi umilmente utile.

Nulla a che vedere con la mistica del “vecchio è bello e può ancora consumare”.

Nessuna retorica su cosa si debba fare, semplicemente fa.

Non ha creato associazioni, centri studi, e via dicendo sul problema della lettura e perché gli italiani non leggono.

Nemmeno si è messo in competizione con internet e con l’approccio e l’utilizzo che oggi i giovani ne fanno: semplicemente ha proposto, ha parlato, ha fatto.

Ci sono parecchie persone che si comportano e agiscono come il signor Antonio e questa e la grande fortuna di questo paese. Non se ne parla abbastanza nei media e questo è un peccato.

Oppure se ne da un “taglio” tra il patetico e il trash.

Comprendo che la cosiddetta narrazione dei fatti oggi è così incentrata sul nulla e quando si trovano storie come queste non si pubblicano – tranne qualche giornale che appunto ne parla – perché non “tirano”. La narrazione si nutre di livore, di accanimento, di menzogna. Ha bisogno di una comunità di utenti imbesuiti, webeti, creduloni a senso unico, spacciatori di terrore, falsari e così via.

La narrazione ha bisogno soprattutto che la gente non pensi, piuttosto si schieri. In questo eterno dualismo tra pro e contro, colpevoli o innocenti e così via.

E per fare in modo che la cosiddetta gente si schieri si inventano stupidaggini, dicerie, non si danno notizie si commentano fatti, senza lasciare decidere a chi legge, guarda, ascolta, naviga. Quello che si trova è già confezionato, pronto al consumo.

Diventa difficile ed oneroso informarsi, ma si può ancora fare per fortuna.

Sono contento che ci siano dei signor Antonio in giro per il nostro paese.

Con fatica e pazienza, forse non è ancora tutto perso.

Buone cose a tutti.


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CULTURA
8 marzo 2019
8 MARZO

Ogni anno è sempre la stessa cosa: cerimonie, ammonimenti, riflessioni, quest’anno pure scioperi, tutto per richiamare l’attenzione, per sensibilizzare, sulla condizione della donna.

Ogni anno, è un profluvio di mimose, di cene, di feste.

Poi però l’anno trascorre e poco o nulla cambia. La cronaca nera continua a pullulare di omicidi di donne. Sul fronte del lavoro le cose non migliorano, anzi. Fior di statistiche, di studi, continuano a dirci che le donne guadagnano meno degli uomini, che molte di loro sono tutt’ora costrette a scegliere tra figli e lavoro

Ma allora a cosa serve tutto questo?

A poco, direi.

Intanto l’ossessione delle ricorrenze: c’è la festa della donna, la festa del papà, la festa della mamma, quella degli innamorati, quella del lavoro – un ossimoro – quella della Repubblica, eccetera.

Senza naturalmente dimenticare tutte quelle feste a carattere religioso, il giorno della terra, quello del risparmio e così via.

C’è questo bisogno di contingentare, di calendarizzare il tempo, affinché si possa collettivamente ricordare. Come se si cercasse di limitare il pensiero a seconda della data, o per meglio dire, come se solo in quel giorno si dovesse focalizzare, prendere coscienza di un determinato discorso: le donne, il papà, la mamma, i morti e così via.

Ma ha un senso questo in un mondo che dimentica facilmente quello che è accaduto ieri?

Forse un tempo quel senso poteva esserci, perché la festa, la ricorrenza, segnava una pausa, uno stop. Ma nell’odierna società del ciclo continuo, dell’H24 7 su 7. dove si trova il senso: in un fugace pensierino, in una prece, in un minuto di raccoglimento?

O non è piuttosto, lo dico provocatoriamente, il fatto che se c’è un calendario a ricordarti su cosa dedicare un pensiero non hai nemmeno l’incombenza di doverci pensare per conto tuo?

Una sorta di agenda emotiva, di scadenzario collettivo dei buoni propositi, che ti dice quando e su cosa riflettere, quando e su cosa commuoverti, quando ricordarti del o della partner, della mamma, della guerra, della shoah, del lavoro ecc.

Tornando a oggi. Come mai le donne, che sono numericamente superiori degli uomini, che studiano più degli uomini, che hanno posti di dirigenza e responsabilità nelle grandi aziende, che rivestono prestigiose cariche nella ricerca, che svolgono attività politica attiva, che si occupano a vari livelli di informazione, di giustizia, di educazione, di medicina, come mai non riescono a “portare a casa” risultati che migliorino la loro condizione e riescano a far maturare nelle altre un grado di consapevolezza tale per cui generalmente possa migliorare la loro situazione?

D'accordo le resistenze, le prevaricazioni, l'ignoranza dei maschi. D'accordo che questi ultimi da secoli gestiscono il potere e cederlo non è proprio semplice. Ma può tutto questo bastare? Non credo.

Credo piuttosto che le donne, non tutte è ovvio, quando raggiungono il potere o quello che considerano tale, sia in ambito politico, industriale, professionale, solo per fare degli esempi, se ne freghino altamente di tutte le altre. Quelle che considerano indietro o non all’altezza della condizione raggiunta.

E quando hanno raggiunto questo potere, molto spesso, si comportano esattamente come i maschi ed anche peggio, volendo scimmiottarne i lati peggiori.

Del resto si sa, il potere soddisfa sé stesso a prescindere dal sesso di chi lo esercita.

Ritengo che fintanto che la discussione rimarrà ingabbiata dentro il “genere” - uomo, donna, transgender – non riusciremo a concludere niente.

Un discorso si fa attorno a un tema, a un problema: ambiente, salute, lavoro, istruzione, ecc. Se si danno delle regole, valgono per tutti.

Su questo deve lavorare la società tutta: ci vuole uno sforzo comune e una consapevolezza degli obiettivi.

Ricordo, a titolo esemplificativo, che fra le conquiste sociali più importanti – divorzio e aborto – sono state rese possibili da una comunione di intenti.

Al contrario, sempre come esempio, la legge sulle quote rosa è un’emerita sciocchezza. Perché di fatto impone un’uguaglianza che non è percepita se non come un obbligo.

Per concludere, a volte credo che il nemico più grande delle donne, siano loro stesse o per meglio dire, alcune loro “rappresentanti”.

Non bastava la cattiveria, l’ignoranza e insipienza di certi maschi?

Non erano sufficienti la loro insensibilità, la grettezza e la stoltezza?

Un saluto a tutti e buone cose



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POLITICA
4 marzo 2019
Benvenuto

E’ un segnale positivo che un milione e mezzo di persone si sia recato ieri ad esprimersi su chi voleva che fosse il nuovo segretario del Partito Democratico.

In primo luogo perché ha “mosso” fisicamente degli individui facendoli recare personalmente nel luogo ove si svolgevano le votazioni. Gente in carne e ossa insomma.

Secondariamente, non per importanza, ha evidenziato un bisogno di partecipare attivamente alla politica; la necessità di “dirlo”, metterlo in luce.

Non so come potrà tradursi in realtà tutta questa aspettativa.

Certo è che ieri si è palesata la volontà di cambiare rotta, metodo, linguaggio.

Riuscirà il nuovo gruppo dirigente a fare tutto questo?

Non ne ho idea!

Ma è certo che ieri glie l’han chiesto a gran voce.

Le resistenze del vecchio apparato – leggasi Renzi e tutto il suo entourage – sono davvero notevoli. Soprattutto negli apparati “istituzionali” che già si sono costituiti “ante” consultazioni primarie.

In sostanza: la domanda c’è, forte e chiara; il modo per portarla avanti pure, il nuovo segretario; la realtà parlamentare e non solo, non si sa.

Ecco, la perplessità più forte nasce proprio su questo ultimo fondamentale aspetto.

Come gestirà queste istanze il nuovo gruppo dirigente lo sapremo e lo vedremo nel prosieguo della loro attività.

Dunque ben venga questo risveglio partecipativo, anche se non ho ancora visto la sua ripartizione.

Questa cosa un po’ mi preoccupa, perché ho la sensazione che ancora una volta vi sia un profondo divario tra il voto delle città più importanti e la “periferia”, intesa come città più piccole, paesi, campagne.

E’ vero che ormai nelle città, soprattutto quelle metropolitane, vive la maggioranza delle persone; ma è altrettanto vero – Trump docet – che le cosiddette campagne, hanno il loro peso.

Quindi bene il risultato, ma vediamo anche la sua distribuzione.

Noi non siamo certo gli Stati Uniti, ed è vero che nella pianura padana si concentra il 66% della popolazione italiana. Ma questo, visto come la Lega si sta muovendo – specie al Sud – dovrebbe fare osservare meglio incidenza e distribuzione del voto.

Diamo comunque, ora, un benvenuto al fenomeno a cui ieri abbiamo assistito.

Un saluto a tutti e buone cose



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POLITICA
1 marzo 2019
LE CRITICHE

Penso che sia interesse di tutti discutere sereamente e seriamente di politica, o per lo meno provarci, senze pretese di avere alcuna verità e soluzione in tasca.

Interesse che non è dettato ne da mala fede, né tanto meno da secondi fini, ma solo dal fatto che come cittadini si cerca – come si può e come meglio si crede – di partecipare ad una discussione che riguarda tutti.

Questo ci permette, ci impone, di essere citici – in modo rispettoso ma fermo – verso l’agire o il non agire di chi ci governa, chiunque esso sia.

Soprattutto la critica, lo stimolo, di solito sono rivolti alla componente più “vicina” alle nostre opinioni, quella più affine.

Il dovere di critica, dunque è non solo legittimo ma è anche sacrosanto.

Ripeto, nel pieno rispetto delle persone a cui è rivolta e se possibile proponendo soluzioni valide. In più la critica dovrebbe ingenerare la voglia di spiegare meglio o più efficacemente – da chi ne è stato fatto oggetto – il motivo ed il senso che lo hanno portato ad agire nel modo che è stato criticato.

Detto questo pare veramente ingenerosa, come si legge oggi su: “Il Fatto Quotidiano”, l’equazione: critica al M5S=preferite il ritorno ed il governo di Renzi, Berlusconi e la compagnia di giro dello sfascio.

No, nel modo più assoluto!

E’ però, a mio modesto avviso, un’equazione che non sta in piedi.

Lasciamo perdere i soliti goduriosi del disastro – il PD, in primis, che di disastri è divenuto raffinato cultore – ma anche tutta la “grande” stampa, la televisione ecc.

Il fu movmento, oggi novello soggetto politico, sta balbettando su una questione di primaria importanza, che non è solo un obiettivo di propaganda ma rappresenta il vero punto di svolta.

L’ostilità è la pervicacia dei “Sì TAV”, che rappresenta il grande e trasversale accrocchio di interessi economico finanziari, costituisce la forma più concreta e visibile della “svolta” che questo governo a partecipazione movimentista doveva imprimere al paese. Svolta che aveva come corollario la ridiscussione ed eventuale sottrazione delle concessioni ai privati di settori strategici (autostrade, ma anche porti) che ancora non si è concretizzata e sulla quale si tergiversa e si balbetta pericolosamente.

Questo, nell’immaginario collettivo, vale più di qualsiasi spazzacorrotti, DL Dignità, Reddito di cittadinanza, provvedimento sulle intercettazioni, bavaglio alla stampa.

Tutti provvedimenti sacrosanti e giusti, almeno come inizio. Che però vengono visti – vissuti – come più “lontani” dalle persone.

Forse solo il Reddito di cittadinanza è quello più vicino ma, oltre a non essere una misura universale, è anche quello che ha più “paletti”.

Però non si può dire: “abbiamo abolito la povertà!”, e un’immane sciocchezza e un’enorme offesa ai milioni che poveri lo restano comunque, anche senza il famoso RdC.

Più onestamente si sarebbe potuto dire che si stavano cercando delle soluzioni e che una prima parziale risposta poteva costituirla il RdC. Non ci vuole un mago.

Adesso il discorso sulla TAV, per esempio, è stato spostato sul: “ma in fondo non spendiamo tanto, anziché 7, 3,5 miliardi”. Cosa centra!

La TAV è inutile, dannosa, costosa. Non si fa, punto.

E poi mi sembra che il fu movimento abbia già contrattato. TAV per Terzo Valico e Pedemonana Veneta, più di così…

Per concludere. E’ certo che è a Roma che si prendono decisioni strategiche, fondamentali per la sorte del Paese, ma è altrettanto certo che è sul territorio che si guadagna il consenso. Viste le competenze che lo Stato passerà alle regioni e considerato com’è andata l’ultima tornata elettorale, credo che il fu movimento un pensierino lo dovrebbe fare. Dire questo non significa essere rosiconi, calendiani o gasparriani. Non significa stare con Mau Martina o con Giacchetti.

Semplicemente vuol dire che, citando Scanzi, ad un certo punto: “l’elettore di manda aff...”.

Un saluto e buone cose a tutti


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CULTURA
25 febbraio 2019
LA SECESSIONE LEGHISTA DISTRUGGERA' IL PATRIMONIO

Caro Montanari, ho letto con interesse il suo articolo apparso oggi sul “Fatto Quotidiano” dal titolo: “Così la”secessione” leghista distruggerà il patrimonio”.

Lei postula che ci sia qualcosa che ci fa sentire italiani, che ci rende italiani al di là di tutto ed afferma che questa sia rappresentata dal patrimonio storico, artistico e paesaggistico del nostro Paese.

Questa affermazione tuttavia rappresenta un suo desiderio, un suo modo di “sentire” più che una realtà.

Innanzitutto perché gli italiani, io per primo, non hanno contezza del paese in cui vivono. Conoscono a mala pena il posto dove abitano o qualcosa in più, a seconda dei viaggi che hanno fatto; o a seconda dei vari “parenti” che hanno distribuiti nella penisola in forza di pesanti e mai cessate migrazioni interne.

Dobbiamo alla tanto vituperata televisione – attraverso programmi come Linea Verde o Sereno Variabile, solo per fare un paio di esempi – se l’italiano medio viene a contatto con realtà diverse dalla sua. E questo la dice lunga.

Dice intanto che la scuola ha fallito come istituzione e struttura nel non essere stata capace di dare almeno un’idea di paese, ma soprattutto di aver instillato un minimo di curiosità per le cose che stanno appena ad un metro di distanza.

Ma non è solo la scuola, ovviamente, responsabile di questo spaesamento, ci mancherebbe.

E’ un problema che si trascina, penso, dall’unità dell’Italia.

La percezione e poi la consapevolezza di ciò che avremmo dovuto diventare come popolo. Sono questioni che sono sempre state sottovalutate, evitate scrupolosamente in nome e per conto di interessi altri.

Politici, industriali, economici.

Però ho come l’impressione che tutto il discorso ruoti attorno al fatto che la Lega (con il fu movimento) sia al governo e non solo in quello centrale.

Io non sono leghista anche se vivo in una regione amministrata da quel partito.

Ricordo, poi, che queste amministrazioni sono stare “elette” , dunque una domanda che sorge spontanea è: “possibile che l’offerta politica fosse così povera e poco coinvolgente, da permettere a questi di governare?”

Certo che è possibile ed è anche successo e probabilmente succederà ancora, visto che non esistono al momento proposte alternative valide, solide, credibili.

I tanto biasimati populismi, in fondo, non sono che la conseguenza di 70 anni di porcherie commesse da quelli che si sono eretti a custodi, paladini, difensori della nazione, che al contrario l’hanno saccheggiata, derubata, impoverita, delusa, non solo sul piano economico e finanziario ma anche su quello etico.

Lei dice che le tre più ricche regioni vogliono tenersi i soldi a scapito delle altre ed in particolar modo del Sud. Questa operazione, che ora pare eversiva, come lei stesso ricorda, non l’ha fatta la destra o la P2, è stata “portata a casa” dal mitico centro-sinistra, uno dei massimi custodi della nazione, del popolo, ecc.

Allora, cosa sta dicendo?

Che il centro-sinistra è libero di sfasciare l’Italia perché lo fa in modo “culturalmente” appropriato, mentre la Lega non può portare sino in fondo gli esiti nefasti di quello sfascio perché impresentabile ed incolta?

Mi sembra debole come pensiero.

Non si sono sollevati in tanti quando si è discusso quali competenze lo stato centrale potesse “cedere” alle regioni, ma adesso ci si stupisce e ci si scandalizza.

Si fanno analisi per dire che no, non è possibile, è eversivo, mina le fondamenta del nostro essere popolo.

E’ come chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.

Ma torno a dire: siamo sicuri che siamo popolo?

Che cosa ci unisce davvero, oltre alla cucina?

La storia, la lingua, la guerra, cosa?

Un saluto a tutti e buone cose



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CULTURA
23 febbraio 2019
L'ORGOGLIO

Sono orgoglioso dei miei genitori!”.

Una frase certamente ad effetto. Un effetto cercato, voluto.

Quanti genitori vorrebbero sentirsela dire dai propri figli.

Sarebbe solo una testimonianza, un piccolo riconoscimento delle fatiche fatte.

C’è tuttavia qualcosa che stona, che non torna.

Anzitutto l’orgoglio, sbattuto in faccia a tutti come simbolo di appartenenza, di fierezza di essere di e per quella cosa con tutto sé stesso senza alcun dubbio, in modo acritico, fideistico.

In secondo luogo e questo è più grave, c’è questa incapacità di scindere gli “affetti” dagli “effetti”, pretendendo che i primi siano superiori e in qualsiasi modo giustificativi dei secondi. Così che, da una parte, il solo grado di parentela, per questi individui, rappresenta motivo di innocenza, incolpevolezza; mentre dall’altra, il solo fatto di indagare, esplorare, scrutare I parenti, rappresenta automaticamente un atto lesivo della loro persona, un complotto atto a minare la loro credibilità; un modo se è la magistratura a fare queste indagini, di “eliminarli” per via giudiziaria.

Tesi davvero singolare. Ma che viene riproposta ad ogni piè sospinto. Soprattutto dai personaggi politici che, incapaci di ammettere la propria incongruenza, la propria incapacità ed i propri fallimenti, cercano cause e motivi in un mondo altro.

Così, dal: “Lo giuro sulla testa dei miei figli!”, al: “Mio padre è perseguitato per il cognome che porta!” fino al più recente: “Sono orgoglioso dei miei genitori!” la musica non cambia.

Come sempre, i fatti si incaricheranno di smentire questi signori, l’ultimo dei quali, il “celeste”, è stato definitivamente condannato per l’”affare” Maugeri San Raffaele.

C’è una generale grande insofferenza verso il potere giudiziario. Che, va ricordato, non sempre ha brillato per esser coeso, chiaro, cristallino; alternando ai molti martiri, altrettanti personaggi che definire ambigui è un eufemismo.

Sono uomini e donne che svolgono un delicato ufficio, fondamentale per la vita del mostro Paese. Eppure persone “viste” come altro, distante, ostile.

Questo vale per il così detto popolo ma soprattutto per i suoi così detti rappresentati.

Se l’insofferenza del primo è dovuta principalmente alla lunghezza dei processi ed alla sensazione che la legge non sia uguale per tutti, dipenda da troppe variabili – la principale delle quali è il denaro – ed abbia troppe incognite al suo interno – competenze, interpretazioni, pareri; per i secondi l’intolleranza nasce dal fatto che vi sia un potere – costituzionalmente di pari grado – che possa giudicarli: assolverli o condannarli al pari del popolo.

Per questo motivo il potere esecutivo, attraverso il legislativo, tenta di mettere sotto il suo controllo il potere giudiziario, per addomesticarlo ai suoi desiderata.

Eccetto la breve stagione di Mani Pulite, si è sempre cercato di fare questo.

Per tornare all’orgoglio, mio nonno mi ripeteva spesso questa frase: “Ricordati che l’orgoglio va a cavallo, ma torna a piedi!”.

Un saluto e buone cose a tutti





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POLITICA
22 febbraio 2019
E adesso?
Cosa accadrà dopo aver "salvato" salvini?
Sembra di assistere a: "Oggi le comiche".
Solo che al tempo ci divertivamo assai, mentre oggi, da ridere c'è ben poco.
Quello che si capisce è che se si comincia a derogare sui principi, non si sa dove
si finisce.
Quella che dovrebbe essere normale prassi politica, trovare soluzioni venendo a compromessi
onorevoli, potrebbe trasformarsi nell'eterna prassi dello "scambio" di favori al ribasso.
Intanto si legge fra le righe che il movimento si strutturerà, diventerà a tutti gli effetti un partito.
Con tutti gli annessi e i connessi.
In secondo luogo, si continua, lo fà soprattutto Salivini, va detto, sul tira e molla delle altre
questioni centrali che hanno "portato" il movimemento a preferenze così importanti.
La TAV, che pareva un obiettivo già portato a casa, nel senso della sua definitiva inutilità e quindi
dell'altrettanto già assodata non fattibilità, riemerge ad aogni piè sospinto, un giorno sì e l'altro pure, come se ancora avesse un barlume di possibilità ad esistere.
Si continua a confutare numeri, a dire che, insomma, se le perdite fossero contenute e non sono di certo quelle calcolate si potrebbe...
Per farla breve, il governo ha rinviato per un altro mese il da farsi.
Bonafede, nell'Intervista al Fatto Quotidiano di oggi, proporrà di cancellare le soglie di inpunità introdotte da Renzi e si dice fiducioso ecc ecc.
Sulla TAP, si erano fatte promesse e dette cose probabilmente senza sapere bene ciò che si stava dicendo.
Il Reddito di Cittadinanza si gonfia di ulteriori paletti, per cui è tutta da verificare la platea finale che potrà accedervi.
Insomma, un po' poco no?
E adesso?
Credo che tutti i militanti, tutti i parlamentari del fù movimento debbano fare una profonda riflessione.
Ma penso che, soprattutto i parlamentari, debbano far riferimento più alla loro coscienza che non alle direttive dei capigrppo,
Un saluto a tutti e buone cose

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POLITICA
20 febbraio 2019
Requiem per il movimento... partito
Ecco, la schifezza si è compiuta.
La farsa della consultazione on line sulla piattaforma Rousseau ha
partorito il topo.
Daltronde non poteva andare diversamente.
L'ignavia dei dirigenti del fù Movimento 5 Stella che non hanno nemmeno avuto il
coraggio di schierarsi con un pensiero forte e unico, ma hanno affidato ai sapienti della
comunicazione il compito di far finta di chiedere alla base - in maniera volutamente
poco comprensibile ed artatamente equivoca - ha prodotto quel 60/40 che di fatto sancisce la
fine di un'esperienza politica.
Il Movimento è PARTITO.
Sia nel senso che se n'è andato dalla sua essnza originaria, sia nel senso che è diventato  proprio come i partiti che tanto voleva combattere.
Ciò che di digitale ferisce, di digiatale perisce, ridicolo no?
Dev'essere proprio la brama di potere, l'ubriacatura che dà stare nella stanza dei bottoni, la causa
di tutto questo.
Dev'essere quel "Roma capta, cepit ferum victorem", come era capitato alla Lega negli anni novanta, è una spiegazione possibile ma non esaustiva.
O probabilmente, come dice Padellaro, dev'essere quel "Cumannari è meglio che futtiri", senz'altro anche questo.
In nome di una farsesca realpolitik ne abbiamo viste di cazzate.
C'era però, nel Novimento, un pricipio che lo rendeva speciale e che era costitutivo del suo stesso essere, principio - per dirlo con il papa emerito - non negoziabile: la LEGALITA'.
L'idea che di fronte alla legge, nella legge, ogni soggetto si trovasse nelle medesime condizioni a prescindere dal proprio status, a prescindere dal proprio ruolo.
Questo e solo questo, ha reso speciale il Movimento.
Ecco, la pagliacciata  di ieri lo ha cancellato a colpi di click, come se un bit si potesse barattare con un'idea.
Hanno buon gioco i morti resuscitati, PD e FI, a dire che il movimento non è dissimile da loro.
E' il solito giochino: "Vedi, sono tutti ladri, perciò si può dire che nessuno è ladro!".
La cosa che mi ha anche lasciato "perplesso" è che non sia venuta alcuna voce dal Fondatore, da quello che ha fatto il passo di lato, da quello che, pilatescamente, se n'è lavato le mani, non ha preso posizione, con la scusa infantile che non ha nessuna carica.
Sono convinto che all'interno del movimento ci siano un sacco di persone per bene; gente che si fà il mazzo per cercare di migliorare le cose, non sempre riuscendoci.
Ma sono altresì convinto che molti di quelli come me, che non hanno casacca, che sono pronti a dare fiducia sui contenuti, non sulle apartenenze, non rinnoveranno tale fiducia a questo soggetto politico.
Da più di vent'anni ci siamo dovuti turare il naso, abbiamo dovuto ingoiare di tutto. Avevamo una tenue speranza.
Con la proterva stupidità e insolenza di ieri, penso che possiamo dedicare solo un requiem a questa speranza.
Ricordo però che la pazienza è al limite, non approfittatene troppo.
L'Abruzzo non può che essere solo l'inizio.
Un saluto a tutti e buone cose





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CULTURA
3 gennaio 2015
Tempus fugit
E' da più di un anno che non scrivo su questo blog.
Non sono certo gli argomenti a mancare quanto piuttosto la stanchezza e lo sconforto nel vedere che le cose non solo non cambiano, ma vanno via via peggiorando.
Come sarà questo 2015?
Se le premesse sono quelle contenute nell'anno appena trascorso non c'è da stare troppo allegri.
Ed allora così, per ridere ma anche per riflettere vi invito a guardare questo:

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2015/01/02/balasso-discorso-di-capodanno-fumiamoci-due-pipate-di-canapa-in-santa-pace/326433/

Alla prossima e, nonostatnte tutto, buone cose a tutti

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Curiosità
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IL CANNOCCHIALE